Trump e il muro. La risposta dell’architettura

Valentina Silvestrini [Artribune]

In Italia, il collettivo italiano AoS – Architecture of Shame. Centro di ricerca e documentazione sulle relazioni tra Architettura e Vergogna, attraverso il proprio sito Internet sta analizzando la vicenda a partire da un preciso assunto teorico. Il team multidisciplinare – formato da Fabio Ciaravella, Cristina Amenta, Mimì Coviello, Clara Cibrario Asseretto, Stefano Benvenuti e Luca Centola, in attività dal 2015 – nel corso dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia ha presentato un’indagine sul concetto di “non abitanti”; ora sta definendo alcune iniziative che convergeranno nel palinsesto di Matera 2019. L’approccio teorico di AoS si innesta su una dichiarata polarità: “Di quante architetture, quartieri, città intere oggi ci vergogniamo o dovremmo vergognarci? Quante di queste occasioni d’imbarazzo, al limite tra l’intimo ed il collettivo, domani potrebbero essere riconosciute Patrimonio dell’Umanità? Quali, al contrario, segnano il limite, cangiante, tra giusto e disonorevole, tra organizzazione virtuosa o imposizione colpevole dello spazio collettivo?”, riporta il manifesto. L’osservazione del contesto internazionale, nel quale il muro tra USA e Messico si colloca solo come possibile nuovo ingresso in una nutrita schiera di interventi analoghi, presenti a tutte le latitudini, li ha incoraggiati verso una riflessione alla radice della questione. “Più volte”, scrivono, “abbiamo detto che il muro, non importa se di mattoni o di filo spinato o di catene di polizie nazionali, è una delle forme più storicizzate tra le architetture della vergogna. Un’architettura dove il rapporto tra dimensione politica, espressiva e funzionale si estremizza a favore di un’architettura come strumento politico d’imposizione”.